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31/ DISOCCUPAZIONE:

Mi sentivo come il protagonista di “Delitto e castigo”. Mi sentivo come il protagonista di “Lo straniero” di Camus.  Mi sentivo assurdo. Ogni cosa che facevo mi sembrava assurda. Sfuggiva alla mia comprensione. La mia logica deduttiva non mi serviva a  niente. La frase “Tutto ciò che è reale è razionale” mi sembrava totalmente fuori luogo. Niente mi sembrava che avesse un senso. Niente mi sembrava che avesse una logica compiuta. Avevo cinquanta anni ed ero senza lavoro. L’azienda per cui lavoravo era fallita. Facevo i colloqui e non facevano che ripetermi continuamente la solita frase, il solito ritornello: “le faremo sapere”. Nel frattempo i soldi finivano la terza settimana del mese. Meno male che non avevo famiglia. Meno male che non avevo figli da mantenere. Mi restava qualche risparmio, ma avevo un’autonomia limitata. Ancora qualche mese e non sarei più riuscito a pagare l’affitto. Avevo bisogno assolutamente di un lavoro.  Mi chiedevo a cosa era servito lavorare e sputare sangue fino ad allora. Dal punto di vista sentimentale non andava affatto meglio. Mi chiedevo a cosa fossero servite le mie delusioni sentimentali, i miei innamoramenti non corrisposti. Mi chiedevo anche a cosa fossero servite le mie storie d’amore passate. Tutto era destinato a cadere nell’oblio. Tutto era già caduto nell’oblio. Restava ormai qualche ricordo sbiadito.

Mi guardavo attorno e niente sembrava avere un senso. Gli alberi, le case, le strade, la volta del cielo, tutti i paesaggi mi sembravano insensati. L’assurdo sembrava nullificare tutto e tutti. Anche le azioni che compivo mi sembravano assurde. Una volta avevo scagliato una radiolina contro il muro dalla rabbia. Non sapevo esattamente il motivo per cui l’avevo fatto, ma in fin dei conti ritenevo che quello non fosse il gesto più assurdo che avessi fatto. Non sapevo con chi parlare. Non sapevo a chi dirlo. Ero andato da un prete, ma il prete mi aveva detto che dovevo rassegnarmi. Mi aveva detto che il disegno di Dio è imperscrutabile e che l’uomo con la sua intelligenza può capire ben poco della realtà. Mi aveva detto che forse ritornare a lavorare mi avrebbe ridato speranza. Il prete mi aveva detto che forse un lavoro mi avrebbe aiutato a salvarmi di nuovo dall’assurdo. Però mi aveva detto anche  che ero io soprattutto che dovevo sforzarmi a pregare Dio.  Cosa avrei dovuto fare per risolvere questa situazione ? Montare sulla torre di Pisa e minacciare di gettarmi nel vuoto ? Qualcuno allora mi avrebbe ascoltato ed aiutato ? Il mondo si sarebbe accorto di me e  sarebbe scattata la solidarietà ? I giorni passavano. Un nuovo lavoro non arrivava e il mondo e le cose continuavano a sembrarmi assurde.

Un giorno ho preso il treno e sono andato a Firenze. Sono rimasto a girovagare sottostazione. Qui ho fatto due incontri che mi hanno cambiato. Ho trovato un ragazzo sulla trentina. Se ne stava tutto il giorno a fare collette alla stazione centrale. Accettava tutto, tranne le monete da cinque centesimi. Lui diceva che le odiava. Diceva di essere un esteta della moneta. Non so se mi prendeva in giro o che altro, forse l’alcol gli aveva preso la testa. Mettere su famiglia e comprare il giornale sono cose – mi diceva – che detestava. Le notti fredde sotto stazione erano bestemmie ed invocazioni ad un Dio dimenticato che sembra volgersi altrove. Mi chiedeva quale pazzo assassino ha sepolto gli insegnamenti del Vangelo, quale mano di idiota ha bruciato in un solo rogo i libri della Bibbia. Poi continuava a scroccare sigarette e a chiedere birra ai turisti stranieri. Ma non aveva mai trovato niente di più buono dell’acqua delle fontane, quando i borghesi dormivano o facevano all’amore: lui trovava deprimenti tutti quegli amplessi sgangherati in quelle comode alcove. Poi mi sono messo a parlare con una donna sulla cinquantina. Il suo uomo era morto due mesi fa. Per lui si era fatta anche la galera. Piangeva e si disperava. Si stropicciava gli occhi, batteva i pugni sul tavolo, un amico fidato tendeva le sue mani; cercava di togliere ad ogni espressione del suo volto quella grave parvenza di torto e di sopruso sperimentato. I suoi capelli avevano lottato col vento, le sue gambe avevano danzato sotto la luna. Un tempo aveva carezzato ogni nervatura di foglia con la levità di una piuma. Poi aveva conosciuto il nichilismo sulle strade vuote della città d’Estate. Il suo uomo era morto due mesi fa. Era l’unico della sua vita, che non le aveva mai messo le mani addosso. Niente percosse, niente segni sul volto. Dialogo, semplicità, nessuna complicazione, nessun paradosso. Lei diceva che era un uomo giusto, in armonia col mondo. Solo qualche tradimento per corpi più giovani, per fianchi più snelli. Ma le dinamiche del desiderio si sa sono senza senso e senza storia. Tirava gli ultimi mozziconi accesi addosso alla gente e malediceva tutto e tutti, malediceva i passanti che la maledicevano a loro volta. Ormai era troppo in là con gli anni per una rivolta. Ho incontrato queste due persone assurde. Ho parlato con loro e il mondo come per miracolo mi è sembrato meno assurdo. Ha iniziato a riacquistare un senso. Li ho ringraziati e loro mi hanno chiesto “perché ?”. Ho ripreso il treno. Sono ritornato a casa. Ho continuato a cercare un lavoro.

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UN RACCONTO BREVISSIMO:

MORTE DI UN UOMO SOLO(altro racconto brevissimo):

Era una giornata uggiosa di Inverno. La pioggia cadeva fitta. La nebbia non si diradava e continuava ad avvolgere ogni cosa. Di tanto in tanto si udiva il latrato sempre dello stesso cane randagio. I due soci ascoltavano nel loro ufficio lo scrosciare della pioggia e i tuoni. Avevano già chiuso tutte le persiane di alluminio. Ma nonostante questo spesso filtrava dalle piccole fessure tra le stecche il chiarore dei barbagli. Avevano già chiuso le persiane e non si perdevano una grande vista. Dalle finestre avrebbero potuto contemplare la piazza principale del loro paese. Ma sapevano a menadito chi erano i passanti e a quale ora attraversano la piazza. Conoscevano a memoria il reticolo di vie del loro paese. Il palazzo del loro ufficio faceva angolo.  Accanto al loro ufficio c’era anche la biblioteca comunale e anche di questa sapevano chi erano i frequentatori e le frequentatrici: erano sempre gli stessi studenti universitari, che si trovavano lì più per divertirsi e per ammazzare il tempo che per studiare veramente. Anche nella biblioteca c’era come tutti i giorni il solito vai e vieni. I due soci erano due commercialisti affermati. Le aziende più importanti del paese e delle zone limitrofe erano loro clienti. Lavoravano molto, però grazie al  loro lavoro avevano ormai raggiunto una certa agiatezza economica.  Era il momento di fare una pausa lavorativa. Era il momento di parlare della notizia del giorno: la morte di Enrico Cipriani. Il commercialista più anziano si mise a tracciare dei ghirigori su un foglio. Era un passatempo come un altro. Dopo cinque minuti si stancò, appallottolò il foglio e lo gettò nel cestino. L’altro si era messo a bere una bottiglia da mezzo litro di acqua gassata. Poi estrasse dalla tasca le gomme da masticare, che teneva sempre con sé da quando aveva smesso di fumare. Sulla scrivania alcuni documenti contabili e le foto dei figli, che sicuramente avrebbero ereditato quello studio così ben avviato. I due iniziarono a parlare:

“Finalmente è morto quel fallito.”

“Già…era l’ora. Era da cinque anni che aveva un cancro.”

“Ha lottato fino alla fine, ma finalmente ora è nel mondo dei più.”

“Ha smesso di soffrire.”

“E’ proprio così.”

“Fino all’ultimo ha sperato di guarire. Ma il suo era un male incurabile.”

“Mi è sempre stato antipatico. Non l’ho mai sopportato.”

“Nemmeno io.”

“Sicuramente l’antipatia era reciproca. Anche a lui noi non risultavamo simpatici.”

“E’ morto da solo. Non aveva più nessuno. I parenti più prossimi erano dei cugini di terzo grado residenti a Trieste.”

“Oggi c’è stato il funerale. C’erano davvero poche persone.”

“E’ morto da solo. Non aveva amici e non aveva nemmeno una donna.”

“Se l’era cercata. Ha fatto di tutto per rimanere solo.”

“Si era messo contro di noi e non solo contro di noi: si era messo contro tutti i notabili del paese.”

“Noi l’abbiamo sistemato a dovere. Prima abbiamo diffuso la voce che fosse gay e dopo qualche anno abbiamo anche diffuso la voce che fosse pazzo.”

“Nessuno l’aveva mai visto uscire con una donna. E’ stato fin troppo facile. E’ stato semplice anche farlo passare per pazzo. Un po’ di verità c’era, perché andava dallo psicologo per curarsi dagli attacchi di panico.”

“Noi siamo riusciti a farlo passare per uno schizofrenico pericoloso socialmente.”

“Ha avuto quel che si meritava. Sicuramente non mancherà a nessuno. Questa è proprio una morte illacrimata.”

“Mi raccomando non diciamole a nessuno queste cose. Se ti chiedono che tipo fosse tu rispondi che era una brava persona molto riservata.”

“Certo. Stai tranquillo.”

“Sono davvero contento che sia morto un nostro antagonista. Era sempre pronto a denunciare pubblicamente le nostre consorterie, le nostre cricche.”

“Io non ho mai capito perché lo facesse. Lui in fondo che ci guadagnava ?”

“E’ scomparso un rompiballe.”

“Adesso è l’ora di riprendere a lavorare.”

“Mi raccomando questo è solo uno sfogo che rimane tra di noi.”

“Stai tranquillo non dirò niente  a nessuno.”

Era una giornata uggiosa d’Inverno. La pioggia continuava a cadere fitta.

SBRONZA DA SINGLE:

32/  SBRONZA DA  SINGLE(racconto stralunato):

E’ una giornata calda e soleggiata. Il cielo è pulito. Non c’è nessuna nuvola, che sporca il cielo. Non c’è un alito di vento, che rinfresca. La temperatura percepita è superiore alla temperatura effettiva di almeno 3-4 gradi. Siamo in piena Estate. E’ un Estate piena di anticicloni che arrivano dall’Africa. Meno male che lo scorso anno mi sono fatto mettere il condizionatore in camera mia. Attendo Giulio. Ci troviamo una volta alla settimana a bivaccare ed oziare. Beviamo sempre un bel po’ di birra e ci mettiamo sempre a fare discussioni pseudointellettuali, che non hanno capo né coda. Ma incontrare Giulio è anche un modo per ricordare i bei tempi della scuola e per sapere delle novità su nostri vecchi amici e conoscenti. Mi metto a dare l’acqua ai gerani del terrazzo. Poi guardo fuori. Guardo il giardino pubblico. Guardo la giostra con i cavalli che girano. Ascolto le risa e gli schiamazzi dei bambini. Ascolto in sottofondo il chiacchiericcio delle madri che parlano tra di  loro. Mi chiedo come è possibile che non abbia mai avuto l’istinto di paternità.  Giulio arriva sotto la mia casa con la moto. La parcheggia. Alza la visiera del casco. Se lo toglie. Estrae dalla tasca un fazzoletto. Si asciuga la fronte madida. Si sistema alla meglio i pochi capelli spettinati che gli restano. Lo osservo dalla finestra. Ci salutiamo con dei cenni. Gli apro la porta. Abito al secondo piano. Lo sento salire le scale a corsa. In un attimo è sul pianerottolo. Mi chiede il permesso e poi entra. Ci conosciamo da una vita. Ognuno sa a memoria le evoluzioni o le involuzioni dell’altro. E’ sempre stato un tipo strano. Oserei dire stravagante. Al Liceo una volta gettò lo zaino di un nostro compagno di scuola per sperimentare la legge sulla caduta dei gravi. Quella volta la professoressa di italiano fece un rapporto a tutta la classe, anche se era lui l’unico responsabile. Alcuni compagni di scuola pensavano che si sarebbe assunto le proprie responsabilità ed invece lui tirò il sasso(anzi lo zaino) e nascose la mano. Un’altra volta sempre a scuola scrisse su un muro con un pennarello indelebile le seguenti parole: “non si scrive sui muri”. Il professore di chimica gli fece una nota sul registro per questo, anche se in fin dei conti era una discreta frase autoreferenziale. Con le ragazze non ha mai avuto successo(come me del resto). Quando aveva 16 anni si prese una cotta per Irene, una ragazza più giovane di lui di 2 anni. Era convinto di mettersi insieme. Pensava di essere ricambiato ed invece la mocciosa lo rifiutò. Sempre a 16 anni si prese una cotta per una ragazza, sempre di due anni meno, che si chiamava Ilaria e che frequentava la nostra stessa scuola. Si fece dare il suo numero di telefono da un compagno di classe, che era uscito una volta con lei. Si mise a telefonarle ripetutamente ed arrivò a conoscerla. Ma sul più bello, quando ormai Giulio si stava pregustando un lieto fine, questa Ilaria si mise con un ciclista di venti anni. Ma non è finita qui. Ilaria si lasciò poco dopo con questo ciclista e Giulio pensava di ritornare in corsa. Neanche il tempo di dichiararsi e questa famigerata Ilaria si mise assieme a Danilo, un tale che piaceva molto alle ragazze: tutte impazzivano per lui. Per questione di sintesi mi fermo qui. Queste sono solo le delusioni sentimentali del Nostro al Liceo. Anche all’università ha avuto almeno altre tre cocenti delusioni sentimentali e poi almeno un’altra sul lavoro. A dire il vero non riesco proprio a trattenermi. Bisogna che vi racconti della sua ultima delusione sentimentale con una sua collega di lavoro. Lui pensava di aver trovato una ragazza casa e chiesa ed invece ha saputo poi da fonti attendibili che questa sua collega andava a letto con molti. Andava con uomini di una certa età, perché le piacevano i signori attempati. Andava a letto con uomini di colore, perché riteneva che fossero più dotati sessualmente. Andava con uomini agiati economicamente, perché i soldi nella vita sono importanti. Andava con i suoi superiori, perché non voleva essere licenziata. Giulio aveva scoperto che era stata assunta, perché si era concessa al padrone dell’azienda e non per le proprie competenze o per la propria esperienza. Insomma il Nostro aveva saputo che questa sua collega andava con molti, ma non con lui. Per lei lui era solo un tipo strano e simpatico, ma niente più di questo. Era solo un buon amico e basta. Niente di più. Giulio a onor del vero c’era rimasto male. Diciamo che c’erano voluti sei mesi circa per incassare il colpo e metabolizzare tutto. Comunque ora non ci pensa più. E’ una storia finita o meglio ancora oserei dire che è una storia mai iniziata(come le altre del resto).  Ogni tanto parliamo delle nostre vicissitudini sentimentali. Io gli dico sempre che in fondo noi siamo stati fortunati a rimanere single. Gli dico che in questi tempi segnati da una gravissima crisi economica è meglio essere scapoli che avere una famiglia con dei figli da mantenere ed un mutuo da pagare ogni mese. Gli dico che in fondo è stato meglio così. Siamo stati sfortunati con le ragazze e forse anche non ci abbiamo saputo fare, ma alla fine abbiamo meno pensieri e riusciamo a prendere sonno ogni sera. Invece c’è tanta gente sposata che non riesce a dormire dai troppi pensieri che ha. Giulio mi dice che in fin dei conti è vero quel che dico. Lui mi dice anche che conosce in giro troppa gente separata o divorziata. Mi dice che un divorzio costa caro per non parlare poi dell’assegno di mantenimento da dare alla moglie e ai figli.

E poi vi devo raccontare un’altra cosa. Quando ci sbronziamo Giulio crede alle balle che racconto. Devo dire che io riesco a raccontare delle balle in modo serio e professionale. Forse mi aiuta il fatto che io non scherzo quasi mai. Una volta gli ho raccontato che avevo delle ottime entrature nel mondo dello spettacolo e che ero riuscito a portarmi a letto nientemeno che l’attrice Bianca Guaccero e la Miss Italia e conduttrice Miriam Leone. Lui era totalmente ubriaco quella volta e l’aveva presa male. Aveva iniziato a darmi del bastardo. Ci aveva creduto. Voleva sapere tutto fin nei minimi dettagli. Nel giro di pochi istanti si era rabbuiato. La mattina dopo, passata la sbronza, gli avevo detto che erano tutte balle. Ma lui mi aveva detto che se la sarebbe legata al dito. Mi aveva detto che non se l’aspettava un colpo così basso e che in fin dei conti io avevo tradito la sua fiducia. Aveva sostenuto che almeno tra amici di vecchia data bisognerebbe raccontarsi la verità. Io gli avevo risposto che alla fine era stato soltanto uno scherzetto e che doveva guardare meno televisione.

Prendo due birre da 66 centilitri. Le stappo. Le poggio sul tavolo del soggiorno. Iniziamo a sorseggiarle. Quindi ci mettiamo a tracannarle. Qualcosa mi dice che siamo vicini ad una discussione pseudointellettuale. Lui inizia dicendomi:

“In questo mondo di persone normali ce ne sono sempre meno.”

“Non è vero. Io penso che la stragrande maggioranza delle persone inibiscano la loro parte folle.”

“Che cosa vorresti dire ?”

“Dico che nei matti la follia ha il sopravvento sulla parte razionale. Invece le persone cosiddette normali tendono a reprimere la loro parte folle.”

“E che ne pensi del rapporto tra follia e creatività ?”

“Ritengo che le persone creative per essere realmente tali devono compiere un processo di individuazione. Devono cioè disinibire la loro parte folle, ma alla fine devono integrare la loro parte razionale con la loro parte folle.”

“In questo modo molti artisti rischierebbero di impazzire o no ?”

“In effetti io ritengo che non tutti gli artisti o presunti tali riescano ad integrare queste due parti.”

“Allora non pensi che la pazzia abbia basi organiche ?”

“Può darsi che sia così per una certa percentuale. Mettiamo che sia così per circa il 60% dei casi. Ma credo però che l’uomo non sia totalmente determinato. Penso che sia talvolta anche artefice del proprio destino. C’è sempre un attimo in cui ogni  uomo può decidere. C’è sempre un istante in cui regna il libero arbitrio. Anche nei casi di suicidio spesso molti sostengono che sia questione di un istante. In un istante la persona depressa decide di uccidersi o di rimanere in vita.”

“Io invece penso che siamo tutti determinati.”

“Anche il suicida in fondo è una persona che ha valutato erratamente la propria depressione. E’ una persona che ha ponderato erroneamente le proprie forze. Pensava di uscire dalla depressione da solo e per questo non si è curato con dei farmaci antidepressivi.”

“Insomma secondo te non ci sarebbero più suicidi se le persone depresse consultassero uno specialista ?”

“Diminuirebbero sicuramente i sucidi se le persone depresse si curassero con la psicoterapia e con degli psicofarmaci.”

“Dipende anche se vengono curate bene o male.”

“Io questo lo davo per scontato.”

“E’ sempre meglio non dare per scontato niente in questo mondo.”

“Ritorniamo al rapporto tra follia e creatività…. io penso che le persone creative devono essere soprattutto delle persone molto intelligenti e razionali, e non folli.”

“Secondo me le persone creative sono sempre intelligenti, ma non tutte le persone intelligenti sono persone creative.”

“Non so.”

“Il grande scrittore Italo Calvino paragonò la creatività ad una fetta di pane con la marmellata. La fetta di pane non sarebbe altro che l’intelligenza… la competenza… la preparazione. Invece la marmellata rappresenterebbe la fantasia…. l’immaginazione.”

“Insomma la fantasia al potere ?”

“Non solo ma uno psicologo americano, che studiò tutta la vita la creatività umana, giunse a sostenere che ogni processo creativo è composto da quattro fasi: la preparazione, l’incubazione, l’illuminazione, la verifica. Non solo, ma l’incubazione non è altro che una rielaborazione inconscia dei dati del ricercatore scientifico o dell’artista. Anche l’intuizione inoltre è un salto logico, che dipenderebbe in parte anche dall’inconscio. Quindi l’inconscio non solo determina la creatività artistica, ma anche la creatività scientifica. E’ celebre il libro del matematico Hadamard, che si intitola “Psicologia dell’invenzione”. In questo libro si trovano alcuni esempi di intuizioni inconsce di celebri matematici.”

“Non mi hai convinto.”

“Ti dirò di più. Anche il filosofo Karl Popper sosteneva che ogni scienziato si basa inizialmente su aspettative inconsce, su pregiudizi scientifici.”

“Popper non mi convince. Non mi convince la sua epistemologia. Critica sempre l’induzione. Ma non mi convince. Pensaci un attimo. Cosa saremmo noi oggi senza l’induzione ? In fondo i matematici sono giunti alle leggi sulla probabilità con la sola logica deduttiva ? Hanno sempre utilizzato l’induzione. Sono arrivati a concludere che c’è il 50% di probabilità che esca testa dopo aver fatto migliaia di prove. E senza le leggi della probabilità oggi non potremmo più parlare di scienza, perché tutte le scienze umane(anche quello che vengono definite esatte) si basano non più su un rapporto di causa ed effetto, ma su una rapporto di tipo statistico-probabilistico.”

“L’induzione non è altro che una generalizzazione indebita. Nel corso della sua storia l’uomo ha avuto bisogno per progredire nelle scienze dell’induzione. Ma forse oggi non ne ha più bisogno. Forse è più proficuo se gli scienziati utilizzano la deduzione. Forse ha ragione Popper.”

“Non possiamo saperlo. Forse in futuro gli scienziati avranno ancora bisogno dell’induzione. Magari avranno bisogno di nuovi tipi di induzione, più sofisticati.”

“Comunque tu prima mi dicevi del rapporto tra intelligenza e creatività. Sostenevi che la creatività è solo questione di intelligenza. Secondo me essere troppo preparati, troppo colti può anche inibire la creatività.”

“Insomma secondo te la creatività è allora solo una questione per autodidatti ?”

“Ci sono stati anche molti autodidatti creativi ed originali ad esempio nella letteratura italiana del novecento.”

“Non so. Non mi convincono molto certe tue tesi. Forse confondi l’intelligenza con la cultura.”

“A mio avviso per farsi una certa cultura c’è sempre bisogno di una certa dose di intelligenza. Un ritardato mentale non potrà mai essere colto.”

“Comunque secondo me la creatività è questione di quoziente di intelligenza. E’ creativo chi è molto intelligente.”

“Non credo proprio. A parte che io sono dell’opinione che l’intelligenza di ognuno non sia un numero, ma una categoria dello spirito. Sì. La penso proprio come certi vecchi filosofi idealisti. Ma aldilà di questo il quoziente di intelligenza non è altro che il rapporto tra età mentale ed età cronologica moltiplicato per cento. Io ritengo che il concetto di età mentale sia del tutto arbitrario. E’ stato inventato di sana pianta da degli psicologi, ma per me non ha alcun valore. Inoltre dovresti leggere un libro di professore americano, un certo Kamin, che si intitola “Scienza e politica del q.i”. Questa opera dimostra che i dati riguardanti la misurazione dell’intelligenza vennero falsificati e che dietro alla misurazione del q.i c’era un’ideologia razzista. Gli psicologi americani di inizio secolo volevano dimostrare a tutti i costi, tramite la somministrazione in larga scala dei test d’intelligenza, che gli americani erano più intelligenti degli africani, dei popoli latini, dei popoli dell’Europa dell’Est. Dietro al concetto di q.i c’è l’idea semplice e secondo me erronea che una persona con alto quoziente di intelligenza avrà ottimi risultati scolastici e successivamente riuscirà ad avere successo nella vita. Ma la vita non è mai così banale e così lineare !!! Se tu credi al concetto di q.i credi anche ad esempio che gli africani siano meno intelligenti degli occidentali di 15 punti. Ma per me sono tutte balle. Per me quello che manca agli africani è soltanto una razione sufficiente di carboidrati ogni giorno. Considera che ogni giorno infatti una persona dovrebbe assumere 100-120 grammi di carboidrati per un funzionamento ottimale del proprio cervello. Inoltre sempre secondo gli studiosi le persone per essere creative dovrebbero avere almeno un q.i di 125. Ti ricordo che la media è 100. Eppure Salinger, che ha scritto “Il giovane Holden” aveva un q.i di 115. Watson, che ha scoperto la struttura a doppia elica del dna assieme a Crick, ha un q.i di 115. Anche J.F.K Kennedy, presidente degli Stati Uniti, aveva un q.i di 115 punti. Un’altra cosa che non mi convince affatto è che sono centinaia le operazioni mentali che può fare la mente umana e ritengo che sia arbitrario che dei ricercatori considerino intelligente un’operazione mentale mentre molte altre non vengono nemmeno prese in considerazione. Non sono il solo a criticare il q.i . Lo hanno fatto persone molto più importanti di me. Ti ricordo ad esempio che due scienziati e premi Nobel come Eccels e la Montalcini hanno criticato i test di intelligenza. Posso affermare tuttavia che il q.i può essere uno strumento diagnostico in qualche modo attendibile quando degli psicologi devono valutare l’entità di un trauma cranico oppure delle lesioni cerebrali. Ma anche in qui devono stare attenti, perché possono verificarsi dei casi in cui i pazienti risultano avere q.i relativamente elevati ed allo stesso tempo possono soffrire di una sindrome frontale e quindi avere un deficit di intelligenza sociale. Insomma esiste anche l’intelligenza emotiva descritta da Goleman.”

La discussione pseudo-intellettuale finisce qui. A noi ci piace divagare. E’ una discussione che non ha portato a niente, però abbiamo passato un po’ di tempo. Forse qualche volta io mi sono contraddetto. Forse qualche volta si è contraddetto Giulio. Del resto ci siamo già scolati due birre a testa da 66 centilitri. Siamo già un po’ alticci. Ci mettiamo d’accordo se bere altra birra o aprire il vino. A onor del vero tutti consigliano di non mischiare mai gli alcolici. Ma noi siamo teste di cavolo ed allora apriamo una bottiglia di Chianti. Conversiamo amabilmente per una mezz’ora parlando di calcio. Parliamo della Juventus che ha vinto il campionato. Parliamo di Del Piero che se n’è andato via(o meglio che l’hanno mandato via). Io gli dico che per me Del Piero meritava il pallone d’oro quell’anno che la Juventus vinse coppa dei  campioni e la coppa intercontinentale. Giulio invece tifa Fiorentina e tutte le volte mi ricorda che la Juventus ai viola ha rubato uno scudetto. Non fa altro che ripetermi che è sempre meglio essere secondi che ladri. Io comunque resto juventino e nessuno può farmi cambiare idea. Io sto per la Juventus, perché mi piace la mentalità vincente, la serietà e la professionalità dei giocatori della mia squadra.

Oramai abbiamo finito la bottiglia di Chianti. Ci beviamo un’altra birra a testa da 66 centilitri. Me la sto tracannando quando Giulio all’improvviso mi dice:

“Te la ricordi Lucia Benedetti ?”

“La nostra compagna di classe al Liceo ?”

“Proprio lei.”

“Come non potrei….ne sono stato sempre innamorato.”

“Sai che fa oggi ?”

“Fa la psichiatra a Pavia. Si è sposata con uno del Nord.”

“Sì. Ha uno studio proprio a Pavia. Però c’è qualcosa che tu non sai….che tu non sai e che risale a circa 15 anni fa…”

“Non fare il misterioso…sputa il rospo…dimmi tutto…c’è qualcosa che io non so ?”

“Non posso dirtelo. Ci rimarresti troppo male.”

“Dai.. su…dimmelo.”

“E poi ho paura che lo diresti a qualcuno ed invece questa è una di quelle cose da non dire a nessuno.”

“Dai.. dimmelo…resterà un segreto tra me e te.”

“No. Molto probabilmente è meglio di no. E’ troppo rischioso.”

“Ti giuro che non dirò niente a nessuno.”

“Non so se posso fidarmi di te.”

“Dai.. fatti coraggio.”

“Giuri sui tuoi genitori ?”

“Sì. Lo giuro.”

“Va bene. L’hai voluto tu. Ma devi stare attento a non rimanerci troppo male.”

“Sono già preparato.”

“Va bene. 15 anni fa per mantenersi agli studi Lucia si prostituiva a Bologna.”

“E tu come fai a saperlo ?”

“Sono stato suo cliente.”

“Come è possibile ?”

“Ti ricordi che io andavo a Bologna per lavoro ? A volte stavo là per 2-3 giorni.”

“Come è possibile ?”

“Una volta ho comprato il quotidiano, ho letto gli annunci ed ho telefonato ad una escort. L’escort mi ha dato il suo indirizzo. Quando sono arrivato a destinazione non sai che sorpresa per entrambi !!!”

“Vuoi dire che tu sei stato a letto con la più bella e la più brava della nostra classe ?”

“Esatto. Ma forse era meglio che non te lo dicevo.”

Io rimango basito. Lui mi guarda per vedere se ho qualche reazione. Mi fumo nervosamente una sigaretta. Fisso per qualche attimo i suoi occhi a mandorla. Guardo i suoi denti gialli perché anche lui è un fumatore accanito. Però io almeno ogni 6 mesi vado a farmi la pulizia dei denti. Lui invece no.  Restiamo in silenzio per circa cinque minuti. Mi metto a fare il caffè. Dopo aver avuto questa notizia è meglio se prendo un caffè corretto con il Sambuca Molinari. Poi interrompe questa pausa e mi dice:

“Dai…scherzavo.”

“Allora non è vero ?”

“No. Non è vero niente.”

“E allora perché tu ti sei inventato questa storia ?”

“Perché tu mi tempo fa mi avevi raccontato la bufala che ti eri fatto Bianca Guaccero e Miriam Leone. Ci avevi creduto ?”

“Per qualche minuto ci ho creduto. Ormai sono sbronzo. A questo punto anche io credo anche alle balle più assurde.”

“Non te la prendere. Era solo uno scherzetto. Diciamo che così siamo pari.”

“Quella Lucia era una  ferita aperta. Mi è sempre piaciuta. Ne ero innamorato segretamente. Lei si fidanzava sempre con altri e per tutti gli anni della scuola non mi ha mai considerato per un momento.”

“Ti innamori sempre di quelle sbagliate.”

“Non capita soltanto a me. Capita anche a te. E’ una cosa che abbiamo in comune.”

Da tutto ciò si può concludere che è meglio non ubriacarsi mai. I discorsi prendono tornanti strani, imprevedibili. Si può credere a qualsiasi frottola quando siamo in stato alterato di coscienza. Allo stesso tempo si può inventare qualsiasi frottola quando si è bevuto. E’ sempre meglio non credere troppo e non inventare mai. Il sole sta tramontando. Abbiamo finito quello che c’era da bere. Adesso Giulio mi saluta. Ci congediamo. E’ meglio se mi metto un po’ sdraiato sul letto. Ho un cerchio alla testa. Anche questo giorno è andato.

“STORIE STRALUNATE”:

In una pagina di questo blog è possibile leggere una raccolta di miei racconti dal titolo “Storie stralunate”.

Non sono un poeta e tantomeno non sono un poeta “innamorato”. Non sono neo-orfico, perché non credo nella funzione sacrale della poesia e perché non credo nell’assolutezza della parola. Non sono neo-orfico, perché preferisco ciò che è logico a ciò che è prelogico. Non sono neo-orfico, perché non credo che la sapienza divina ispiri l’uomo. Non sono neo-orfico, perché sono teso all’essenziale e cerco di evitare narcisismi, leziosità e virtuosismi. Non sono neo-orfico, perché non credo nell’Essere e nemmeno nella filosofia di Heidegger. Non sono neo-orfico, perché non mi piacciono i testi oscuri e perché non credo in alcuna mitologia. La chiarezza per me non è un dono di pochi, ma un dovere di tutti(a costo di sembrare troppo ingenuo e lineare).  Non sono neo-orfico, perché non sono un esteta. Inoltre per motivi anagrafici non posso appartenere alla cosiddetta postavanguardia: sono nato nel 1972 e non nel 1952. Il contesto culturale, politico e sociale è mutato radicalmente da allora. Non sono neo-orfico, ma non voglio nemmeno attribuire un senso negativo e denigratorio al neo-orfismo, che ha come tutti gli ismi sia dei pregi che dei difetti.  Non sono nemmeno orfico, perché non credo in concetti come quelli di anima e non credo che nell’uomo alberghi il divino.  Non sono nemmeno orfico, perché non credo nel culto di Dioniso. Credo nella poesia come espressione della razionalità umana(per quel che è possibile). La parola poetica a mio avviso può dirci sempre qualcosa di nuovo sul mondo e sull’animo umano. La parola poetica può mettere ordine nel mondo: innanzitutto nel mondo interiore di chi scrive. Da questo punto di vista non ritengo che la bellezza sia verità, ma che la riflessione poetica-filosofica possa condurre alla verità umana(per cui sempre provvisoria ed instabile, mai definitiva). Quindi mi definirei più un razionalista moderno che altro. Queste sono le mie intenzioni. Poi naturalmente bisognerà anche valutare gli esiti, ma questo non spetta a me: spetta ad altri. Come scriveva Saba in “Cose leggere e vaganti”: “anche i versi somigliano alle bolle di sapone; una sale  e un’altra no”.

L’inconscio per Freud è tutto ciò che non affiora alla coscienza. Secondo Freud si può accedere all’inconscio tramite le associazioni libere, l’ipnosi regressiva, l’interpretazione dei sogni, l’analisi della psicopatologia quotidiana(dimenticanze, lapsus, errori). Per intenderci potremmo definire questo come inconscio personale o individuale. Esiste anche l’inconscio collettivo, scoperto da Jung, che invece è formato da istinti ed archetipi. Non è assolutamente detto che inconscio sia sinonimo di irrazionalità, perché anche l’inconscio ha la sua logica. A riguardo si pensi al celebre aforisma di Lacan, secondo cui “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”.  Inoltre esiste anche l’inconscio cognitivo. Si pensi ad esempio alle recenti ricerche sulle euristiche di Tversky & Kahneman. Le euristiche, semplificando, sono delle scorciatoie mentali errate, che utilizziamo perché la nostra memoria a breve termine è limitata. Messi di fronte a certi problemi non decidiamo quindi come dei decisori esperti, che utilizzerebbero il calcolo delle probabilità. Oppure molto più banalmente si pensi a tutte quelle operazioni mentali, che sono divenute degli automatismi della psiche e che non giungono più alla soglia della coscienza. Si pensi quindi ad attività come guidare una macchina o suonare uno strumento musicale.  In poesia a mio avviso esistono anche autori, che cercano di rimuovere il più possibile dalla loro scrittura qualsiasi tipo di inconscio. I loro scritti sono colmi di razionalizzazioni. Esistono e sono esistiti anche autori(ad esempio i surrealisti e i futuristi), che hanno lasciato che l’inconscio prevalesse su tutto e su tutti. Io personalmente ritengo che ci debba essere una giusta misura, un giusto equilibrio tra conscio ed inconscio:  la parte conscia però deve sempre prevalere sulla parte inconscia, anche se non può censurare tutto l’inconscio. Infatti ritengo che, quando prevale eccessivamente il conscio, si registra un’eccessiva intellettualizzazione. Invece ritengo che, quando prevale l’inconscio, si assiste negli autori meno capaci a dei versi incomprensibili ed illeggibili.  Comunque far riaffiorare l’inconscio è un ottimo atto di autoterapia. Quando la scrittura si apre all’inconscio, rileggendosi, si può avere delle piccole sorprese: delle piccole rivelazioni. Talvolta scaturiscono espressioni inaspettate, che possono essere delle piccole scoperte e che aiutano a conoscere meglio se stessi.  Scrivere quindi è utile(prima di tutto per noi stessi).

PREMESSA:

Queste poche righe non sono altro che una premessa metodologica riguardo alla mia scrittura. Spero che siano esaurienti nella loro funzione (si spera)esplicativa. Innanzitutto comincio col dire che non mi considero un poeta. Sono solo uno che scrive occasionalmente. Di conseguenza non voglio dire niente sulla funzione sociale della poesia o sul ruolo di poeta(di sicuro il poeta è ai margini, però talvolta ricerca masochisticamente l’autogogna. L’aureola è stata perduta per sempre …etc etc). Non voglio dire niente sulla mia poetica, perché non sono un poeta e perché tutto è un costante work in progress o per dirla in latino è tuttora in fieri. Non faccio parte di nessuna scuola: potrei per questo considerarmi un autarchico o forse più realisticamente un isolato.   Ho avuto anche io delle letture formative, ma non mi sento epigone o manierista di nessuno in particolare.  Mi piacciono molto le poesie brevi. Mi piace la scrittura epigrammatica, che cerca di giungere al nervo delle cose in poche parole. Ho subito l’influsso di Garcia Lorca,  Auden, Brodskij, Ungaretti, Sandro Penna, Montale(Xenia e Satura), Franco Fortini, Tiziano Rossi(“Gente di corsa”),Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga(Le sue quartine), Vivian Lamarque. Quando scrivo cerco di eliminare qualsiasi ridondanza, di ridurre al minimo le parole. Cerco di ridurre all’essenziale, talvolta sfiorando l’afasia(e per afasia intendo un afasia non fluente caratterizzata da uno stile telegrafico). D’altronde non si può far finta di niente: la crisi del linguaggio poetico è evidente da Montale in poi. Scrivere versi allora per me è diventata una operazione di sottrazione e non di accumulo:  il mio ritmo è basato soprattutto sul levare più che sul battere. Spesso resto senza parole. Ci sono periodi in cui non scrivo niente e vengo preso da una sorta di paralisi concettuale e verbale.  Non sopporto il birignao. Quindi posso per certi versi essere considerato antiletterario. Non scrivo per ricercare “corrispondenze” né per registrare dei dati, ma per descrivere le mie epifanie rintuzzate.  Spesso queste piccole illuminazioni interiori possono diventare sentenze(più o meno esplicite) ed il componimento può diventare perciò un aforisma in versi.  Da questo punto di vista potrei considerarmi sia un frammentista che un contenutista. Come ogni frammentista prendo il blocco della realtà, lo faccio a pezzi e poi lavoro su questi pezzi. Cerco sempre di trasformare il monolite del reale in microliti.  I temi della mia produzione sono la fugacità del tempo, la precarietà dell’esistenza, il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, la contemplazione della natura, un sentimento di esclusione dalla vita. Inoltre scrivere versi a mio avviso è uno scarto dalla banalità del linguaggio ordinario imposto dai mass-media. Deve essere un’altra lingua. Allo stesso tempo però cerco di essere più comprensibile e possibile: insomma un autore leggibile. Cerco di essere più comunicativo che esatto nel linguaggio. Non cerco di giungere alla soglia del dicibile. Allo stesso tempo però non voglio neanche dare spazio all’informe. Mi situo tra questi due estremi. Penso che distanziarsi dalla koinè della cultura di massa non debba per forza abbracciare gli straniamenti della neoavanguardia,  ricercare vocaboli desueti, descrivere ossessivamente paesaggi  o perdersi nella riflessione metalinguistica. Anche se non sono un seguace del gruppo 63 posso tranquillamente affermare di essere sostanzialmente d’accordo con Alfredo Giuliani quando sostenne nella prefazione ai Novissimi che la poesia è “un incontro un po’ fuori dall’ordinario”.  Personalmente però ricerco la semplicità( più o meno immediata) e sono per la tradizione piuttosto che per la rottura con essa.